EN

Fremo Immagine

Fremo immagine a cura di  Saverio Verini

Dal 20 Marzo al 6 Aprile 2019

Fondazione Pastificio Cerere / Spazio Molini
Via degli Ausoni 7, Roma

Fremo immagine fondazione pastificio cerere
 

Media Formel di Cecilia Canziani /  Da giorni ho sulla scrivania del mio computer la riproduzione di uno tra i tanti quadri di Monet dedicati alle falesie di Etretat, scelto per le brevi pennellate blu e lilla con cui il pittore ha restituito la scogliera in controluce, all’alba o al tramonto, quando il cielo e il mare hanno suppergiù lo stesso colore – qui: filamenti di giallo, rosa, celeste. E’ un artificio, ma attraverso i colori e i contorni che non sono in alcuna maniera l’analogo di ciò che vedremmo, questa immagine ci restituisce intatta una precisa rappresentazione di un luogo, di un tempo e di un suo sentimento. Non una, tante volte. In tante diverse versioni che sono però accomunate da essere ripetizioni, variazioni minime di uno stesso soggetto. Allo stesso tempo, questo quadro, e tutti gli altri della serie, ci danno la misura esatta di cos’è, da un certo punto in poi (e per lungo tempo) la pittura: un problema che cerca una sua risoluzione attraverso superficie, colore, gesto, cioè restando nei confini del medium. In qualche modo mi sembra che questa immagine che in questi giorni continuo a guardare, e il suo funzionamento, abbia a che fare con il lavoro di Francesco Ciavaglioli e con le opere a cui ha lavorato nell’ultimo anno e che ha selezionato per la sua mostra Fremo Immagine (fosse anche solo per il tremolio, che l’apparente distrazione tipografica suggerisce). Le falesie di Etretat sono un topos della pittura di paesaggio: le ha dipinte Monet, ma anche Delacroix, Corot, Courbet ed altri ancora, sono cioè un soggetto disponibile, attraverso il quale possiamo scrivere una piccola storia della pittura. Fremo immagine è una mostra di paesaggi, anche in questo caso del tutto situati (possiamo immaginare che la piana del Fucino, sulla quale si affaccia Avezzano, cittadina abruzzese dove l’artista ha il suo studio, abbia suggerito queste viste ampie) eppure appropriabili: cieli punteggiati di stormi; campi di mais, immagini ripetute a dimostrarne la sopravvivenza: paesaggio come rappresentazione del mondo; uccelli in volo come presagio. Questi due soggetti sono declinati su diversi supporti, come a dimostrarne la tenuta; così l’immagine del campo di mais ricorre su una tela dipinta a olio, intelaiata, e poi incorniciata da una sottile striscia di legno che la compone e la separa dal resto dello spazio e su una grande tenda, dipinta a inchiostro, tesa diagonalmente rispetto alla parete e aperta al centro. Un quadro e uno schermo sono quindi due equivalenti, e in entrambi i casi l’immagine è ottenuta proiettando sulla superficie una riproduzione fotografica, i cui bordi sono poi tracciati e riempiti di colore – a olio in un caso, in china nell’altro. I voli d’uccello, altro tema ricorrente per l’artista, e riproposto su vetro o carta o tela, sono ottenuti attraverso l’uso di un timbro realizzato a partire da una fotografia. Sovrapponendo diversi strati e usando più o meno forza – più o meno inchiostro – e spuzzando china nera sulla superficie, o aggiungendo uno strato di plastica azzurra, l’immagine prende corpo e vita, al punto tale da sembrare una riproduzione fotografica. E anche questo è un artificio: nel cortocircuito tra pittura e fotografia l’immagine è resa credibile dalla nostra disponibilità a tradurre un segno arbitrario in una rappresentazione del reale. I filamenti gialli, rosa, celesti che dipinge Monet non sono il mare, ma lo sono. Le macchie di nero che appone meccanicamente sulla tela Francesco Ciavaglioli non sono uccelli, e lo sono. Ma sia i filamenti, sia le macchie sono anche macchie e filamenti: dichiarano cioè la finzione, se ne servono per farci guardare anche altrove. Nel caso di questa mostra, per farci riflettere su cosa succede in questo (in ogni) meccanismo di traduzione di un segno in un’immagine, o anche, al contrario, di una immagine proiettata in un segno – e poiché siamo in un orizzonte di pensiero che è ben oltre l’età della riproduzione tecnica, il gesto dell’artista non è autoriale, ma anche esso già mediato in partenza: l’immagine trovata o disponibile, la copia meccanica e non l’interpretazione, la serie come modalità operativa nella costruzione della singola opera. Ci sono inciampi e indizi in queste immagini-schermo, immagini-quadro, immagini-finestra, immagini archivio: la ripetizione del modulo, graffi sulla superficie, piccole incongruenze che sospendono la finzione e svelano l’artificio. Una magia da bambini, ma che consente – come è evidente in questa mostra – di restituire attraverso una riproduzione tanto meccanica quanto digitale, spessore, densità e corpo alle immagini. Affinché non si disperdano.

fremo immagine fondazione pastificio cerere
fremo immagine fondazione pastificio cerere