Fremo Immagine: una conversazione
Fremo Immagine, Fondazione Pastificio Cerere, Roma, 2019
Saverio Verini: Nel caso di quest’esposizione il titolo è un punto di arrivo, giunto dopo che avevi già sviluppato la tua idea di mostra e realizzato parte delle opere. Eppure Fremo Immagine (chissà quanti penseranno a un refuso o lo confonderanno con “fermo immagine”!) mi sembra che esprima non soltanto un’idea di instabilità legata all’immagine, aspetto che caratterizza da sempre la tua poetica, ma anche una certa urgenza – una fretta, un’ansia? – di fare una mostra tutta tua.
Francesco Ciavaglioli: Effettivamente questo titolo stringe un nodo tra la mia ricerca artistica e la mia personale attitudine. “Fremere” significa essere scossi, turbati, animati da una passione che ci supera e che ci rende incapaci di una piena gestione di noi stessi. Questo credo che esprima – magari con aria vagamente romantica e naif – l’idea di un lavoro in movimento, quasi una deriva, che non è però un procedere senza direzione, bensì abbandonarsi a un viaggio senza itinerari prestabiliti, guidato dalla costellazione di idee e riferimenti che nutrono il mio lavoro. È un processo che va avanti con urgenza, ma senza fretta: le opere raccolte in questa mostra appartengono all’ultimo anno e rappresentano un segmento abbastanza approfondito della mia ricerca. Unire tutti questi lavori e “farne un luogo” rappresenta un momento imprescindibile, sia per il dialogo che vorrei si percepisse tra le opere, sia per dare a me stesso la possibilità di esperire le opere nello spazio, dispiegate, fuori dall’intimità dello studio. Vivo questo passaggio con lo stesso trasporto della creazione in sé.
SV: Parli di “ricerca”, termine che, quando si fa riferimento alla pratica di un artista, non si fonda a mio avviso soltanto su libri letti, mostre visitate e teorie sviluppate, ma anche su ossessioni più o meno consapevoli. Seguo il tuo lavoro da diversi anni e se dovessi individuare l’aspetto più ricorrente della tua poetica, credo che abbia a che fare con l’imperfezione dell’immagine, con la sua erosione o modificazione dovute spesso ai processi di riproduzione cui è sottoposta. In che modo Fremo Immagine si collega a questa attitudine?
FC: Credo sia una questione di distanza. Sento sempre il bisogno di “allontanare” le immagini da se stesse per poterle emancipare da una funzione puramente rappresentativa e farne affiorare il potere evocativo. In Fremo Immagine i lavori si presentano come tracce di immagini che compongono scene e paesaggi naturali; dare a questi soggetti un’apparenza indefinita e sospesa mi aiuta a creare scenari – composti di repliche e copie reiterate – in cui credo possa emergere una dimensione onirica, in un certo senso archetipica (forse pre-storica?), ma anche pervasa da un certo senso di malinconia.
SV: Ecco, mi interessa soffermarmi sugli elementi naturali che hai appena citato. Trovo che sia una “strategia” ben precisa quella di accostare soggetti appartenenti a una natura che in qualche modo diamo per scontata, che non sembra riservarci nessuna rivelazione o momento speciale, con sistemi di riproduzione più o meno sofisticati. Nelle tue opere precedenti ho visto tramonti deflagrare attraverso un effetto “glitch”, motivi floreali svanire progressivamente nelle riproduzioni della fotocopiatrice, stormi di uccelli moltiplicarsi grazie all’utilizzo di matrici. Mi parli di questa frizione tra l’apparente banalità dei soggetti naturali che spesso rappresenti e la riflessione, complessa e problematica, sui meccanismi di riproduzione dell’immagine?
FC: Si tratta di una questione per me cruciale: il rapporto tra immagini e media non nasce in seno al progresso tecnologico inteso in senso digitale e strettamente “contemporaneo”. Per me le immagini “mediatiche” sono tutte quelle ottenute attraverso l’uso di una tecnica, un meccanismo ripetibile che emancipa l’uomo dall’arbitrarietà di un segno a mano libera; non per questo, però, tale meccanismo dev’essere considerato come qualcosa di post-umano, anzi, se c’è una cosa che identifica l’uomo è proprio la sua proiezione progettuale e tecnica. Credo – come in qualche modo sosteneva Walter Benjamin – che la prima immagine mediatica sia la sagoma della mano nelle grotte di Lascaux: un gesto semplice che ricalca il corpo e ne testimonia una presenza, un contatto. Anche un mito greco legato alla nascita della pittura deriva da un gesto analogo: la fanciulla di Corinto che traccia sul muro l’ombra del profilo del compagno poco prima della sua partenza. E ancora possiamo pensare a tutta la produzione “preparatoria” delle botteghe medievali e rinascimentali, in cui i disegni sui cartoni costituivano un vero e proprio codice, un formulario a cui attingere liberamente. Credo infine che l’idea di riproduzione sia certamente un modo per riflettere sulla nostra condizione attuale, sovraesposta alle immagini, ma anche un modo per connettersi a un passato arcaico. La banalità dei miei soggetti è dunque decisamente voluta: da un lato credo sia una reazione all’idea che ogni cosa debba essere unica, esclusiva, incredibile, eccezionale; dall’altro ritengo che un immaginario quotidiano possa essere la chiave per una possibile “riconciliazione” col mondo, per una contemplazione libera, senza il bisogno di riflettori che dall’alto ci indichino la via.
SV: In mostra è presente un elemento, quello della tenda, che finora non avevi mai impiegato. A me non sembra un mero elemento scenografico; trovo, piuttosto, che abbia la funzione di “soglia”, un elemento che tiene separate le cose, ma che è al tempo stesso attraversabile; qualcosa che protegge, che rende appartato ciò che sta dietro, capace anche di suscitare un effetto di meraviglia, sorpresa e, forse, spiazzamento. La tenda è pure un elemento ricorrente nella storia delle immagini, almeno di alcune immagini che tu conosci bene: la Loggia Nera in Twin Peaks di David Lynch, certi dipinti di Giorgio de Chirico... E ancora la sfida di pittura tra Zeusi e Parrasio, con quest’ultimo che viene ingannato (e battuto) cercando di scostare una tenda che in realtà era stata dipinta dal primo. Che valore ha per te la tenda che hai realizzato per la mostra?
FC: L’idea di realizzare un elemento capace di segnare lo Spazio Molini – anche se in modo tenue, in linea con il sentimento della mostra – è nata sin dal primo sopralluogo. È un ambiente fortemente connotato, con numerosi elementi che rompono la linearità dello spazio, e per questo è emersa da subito la necessità di “contestualizzare” l’idea di mostra. Da una parte ho pensato di allestire le opere all’interno dello Spazio Molini senza necessariamente collocarle in punti privilegiati, quasi appoggiandole, cercando in alcuni casi una continuità con gli elementi preesistenti nello spazio; dall’altra ho deciso di aggiungerne di nuovi, provando a estendere dal punto di vista spaziale le caratteristiche dei lavori stessi, creando ulteriori stratificazioni e un ulteriore livello ambientale. In particolare, le tende nascono dalla volontà di fare eco alle caratteristiche dello spazio, ma attraverso un’opera a sé che, come dici giustamente tu, non è un elemento scenografico, anche se può alludere a una dimensione teatrale. Il cinema di Lynch è disseminato di riferimenti teatrali in senso simbolico (per esempio quando vediamo l’agente Dale Cooper perdersi in questi corridoi di velluto rosso, come nel dispiegarsi di un eterno sipario che non gli permette mai di capire da quale lato del boccascena si trovi). Anche in de Chirico c’è questa dimensione teatrale: i suoi manichini poggiano spesso su pavimenti fatti di assi di legno che richiamano, appunto, il palcoscenico… Oppure vediamo tende e panneggi celare (o rivelare) parte della scena. Il fatto è che il concetto di teatro, come spazio delineato e dedicato a uno scopo specifico, appartiene all’uomo probabilmente da sempre; sicuramente da prima che si sviluppasse l’arte drammatica così come la conosciamo e quindi l’idea di “schermo”, che nel senso comune rappresenta oggi ciò che unilateralmente ci mostra tutto (si pensi a computer, TV, smartphone...), ma che in realtà è ancora un dispositivo ambivalente: un medium che cela e rivela. Il canneto che ho dipinto sulla tenda altro non è che una versione naturale di questa soglia: una barriera che chiude uno spazio, ma al tempo stesso ci permette di immaginare un al di là.