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Un investigatore di immagini

Insideart #118, Talent Prize 2019

Traduzione italiana generata con AI dal testo originale in inglese.

Finalista del Talent Prize 2019, Francesco Ciavaglioli potrebbe essere definito un investigatore di immagini. La sua arte scava a fondo nel rapporto tra immagini e tecnica, usando linguaggi ispirati al mondo digitale, alla comunicazione di massa e alla natura seriale e fragile del nostro tempo, per «restituire un’essenza profondamente umana dell’esistenza, il bisogno di ricostruire il mondo a partire dai suoi frammenti». Fin dagli studi, Ciavaglioli è affascinato dalle teorie filosofiche che indagano a fondo la questione dell’immagine. All’improvviso gli si apre davanti un nuovo orizzonte, molto più ampio del perimetro dell’arte. Le immagini, considerate come una sorta di sintomo dell’umanità, si rivelano come l’apparizione, per quanto minima, dell’identità di ogni essere umano. «Credo che ci sia un legame potente, da qualche parte, tra le immagini che viaggiano letteralmente alla velocità della luce nei cavi in fibra ottica e le impronte delle mani nella grotta di Lascaux».

Alcuni artisti trovano ispirazione nel contesto in cui crescono, come atto di ribellione o prova di appartenenza. Come tutti, anche Ciavaglioli ha nella sua terra d’origine un elemento chiave. «Quell’immaginario può essere latente o inconscio, ma ti resta in testa per sempre. L’Abruzzo, e la Marsica in particolare, ha sempre qualcosa di eremitico, di isolato. Sono nato in un piccolo paese, nel cuore della campagna, completamente distrutto dal terremoto del 1915. È vicino a un lago fantasma, la cui esistenza è testimoniata solo da alcuni canali, campi a perdita d’occhio. Non è esattamente l’Upper East Side di New York. Eppure, dopo l’inquietudine dell’adolescenza, le fughe e i ritorni a casa, credo di cercare ancora una sorta di vuoto pressurizzato nella mia arte, qualcosa che mi ricordi gli spazi vuoti in cui sono cresciuto e che trovo così commoventi».

Dall’Abruzzo, la terra dove è nata la piena consapevolezza dei suoi desideri e della sua ambizione, agli anni dell’Accademia, dove ha ricevuto una formazione metodica: «In quegli anni ho fatto grandi passi avanti: anche se era una piccola scuola ai margini del sistema dell’arte, devo dire che ho ricevuto un’ottima formazione, forse solo un po’ troppo rigorosa». Dopo quel periodo sono nati molti progetti, ognuno carico di stimoli e soddisfazioni. Tra questi, la mostra alla Fondazione Pastificio Cerere, che ha coinciso con il momento in cui la sua ricerca personale stava finalmente prendendo forma e che ha permesso a lui, a Saverio Verini e a Cecilia Canziani di approfondire elementi destinati a diventare centrali nel suo lavoro.

Nei suoi ricordi, Ciavaglioli cita anche Kilow’art, la residenza di arti visive del Kilowatt Festival di teatro contemporaneo a Sansepolcro. In quell’occasione presentò l’opera partecipata Adunanza, il cui esito finale sarebbe diventato un momento cruciale della sua formazione artistica: «hanno partecipato centinaia di persone, è stato davvero un momento di profonda armonia con la comunità, cosa che ogni artista spererebbe di vivere in una residenza degna di questo nome. L’opera finale fa parte dell’esposizione permanente del Teatro della Misericordia, che è la sede principale del festival, ma soprattutto il luogo per cui Piero della Francesca concepì il suo Polittico della Misericordia, a cui il mio progetto si ispira».

Nella sua arte, Ciavaglioli punta meno alla coerenza che a essere stilisticamente riconoscibile nel proprio campo di ricerca. Le sue opere mostrano elementi ricorrenti, come gli spazi vuoti, l’evanescenza di forme e colori o la ripetizione, ma non sono mai fini a se stessi. Ne è un esempio il manifesto Respice Finem, scritto per la Straperetana 2017, con cui Ciavaglioli intendeva stabilire una riconnessione immediata con il territorio attraverso qualcosa di aperto, pubblico, sinceramente site-specific.

Tra i suoi lavori più recenti, Klon è stato selezionato per il Talent Prize di quest’anno. «Nel 2018 ho iniziato a lavorare sulla ripetizione delle immagini, dopo aver studiato l’unione tra texture e paesaggio. Ho cominciato a elaborare soggetti ispirati alla cultura dell’antica Roma, come gli stormi di uccelli o i canneti, sicuramente spinto da un’epifania avuta guardando il ciclo di affreschi di Villa Livia, esposto a Palazzo Massimo a Roma. In fondo mi interessa molto il rapporto che i Romani avevano con il realismo, la loro attitudine a collezionare il mondo attraverso l’arte, facendo così dell’arte un archivio della natura».